sabato 16 giugno 2012

Il gioco della bottiglia greca


C’è un altro giro in giostra per quegli sprovveduti dei greci, che poco più di un mese fa hanno avuto la brillante idea di votare con la propria testa combinando un bel casino. Ora tornano al seggio e da bravi cercano di fare le cose per benino. Un po’ come il gioco della bottiglia da piccoli, che se usciva la racchia o il bambino con l’apparecchio forzavamo le regole democratiche e la tiravamo di nuovo fino a un esito meno spaventevole. Allo stesso modo, i “mercati”, insieme a “Bruxelles” e alla “troijka”, figure mitologiche composte da mezzi uomini e mezzi portafogli, hanno reputato troppo cessi i volti e i programmi votati dai greci e hanno dato un’altra girata alla bottiglia dei nostri destini. I sondaggi, che spesso sbagliano e non considerano che mille e ancora mille sono i modi affinché magicamente in un’urna elettorale il voto dato a Tizio diventi un plebiscito per Caio, sembrerebbero ribadire la cocciutaggine di un popolo pervicacemente convinto che la democrazia sia il gioco in cui chi ha più voti governa col consenso del popolo. Cresce l’apprezzamento per Syriza, la coalizione della sinistra radicale, guidata dal giovanissimo trentasettenne (l’età in cui l’essere umano raggiunge l’apice del proprio fulgore intellettivo) Alexis Tsipras, mossa dalla certezza che un’altra Europa (e un altro mondo, per aggiunta) è possibile e decisa, seppur nelle immense difficoltà legate alla gestione di un successo atteso ma di proporzioni impreviste, a proporre soluzioni ideate per risolvere i problemi delle persone in primo luogo, e poi, forse eventualmente, per aiutare la finanza e placare le tecnocratiche isterie di matrice teutonica. Dalla parte opposta rispetto a Syriza ci sono socialisti (solo di nome) e conservatori, Pasok e Nuova Democrazia, quelli che la Grecia l’hanno ridotta così e ora sperano nel colpo di grazia visto che l’hanno svenduta al peggior offerente. Quello che avviene in periferia di solito finisce col coinvolgere anche il centro. E la periferica posizione di Atene, rispetto all’elegante centro di Roma e Madrid (e perché no, presto o tardi anche di Parigi o Berlino), non ci mette al riparo da questa nuova forma di deriva autoritaria. Stiamo assistendo alle prove generali di una grande opera di spoliazione, economica, politica e democratica ai danni dei diritti popolari. Una privazione, senza sangue (per ora) e carri armati, di sovranità e dignità. Da Wall Street e le sue banche d’affari too big to fail allo spread, passando per i tagli all’università pubblica di Rajoy e per la riforma Fornero, le avanguardie della lotta di classe hanno scatenato l’offensiva che Syriza e la gente di Grecia può solo rallentare e confondere, il resto spetta a noi.

sabato 5 maggio 2012

Coi francesi che s'incazzano...

Differentemente dalle opinioni dell’italiano medio, a me i francesi non stanno particolarmente sulle palle. È vero che sono arroganti, presuntuosi, puzzano di formaggio, mangiano le rane e via col tutto campionario dei luoghi comuni però, a differenza di inglesi e americani, il cui sciovinismo è nel primo caso antistorico e nel secondo ingenuo, l’orgoglio del proprio lascito storico esula dalla normale storiografia e affonda le radici in un’eredità filosofica e morale antecedente all’89 (1789, per sfociare negli ideali rivoluzionari alla base del pensiero dei due secoli successivi e terminare, perdonate la somma modestia, persino nel pensatoio quivi riprodotto (non penserete mica che Maximilian sia il nome dello scrivente ?!?). Le elezioni francesi, politiche o presidenziali che siano, rappresentano quindi la più interessante forma di analisi politica e democratica che ci sia. Meno spettacolari e stereotipate delle presidenziali americane e più vicine al nostro modo di intendere l’esercizio della cosa pubblica. Più di trent’anni fa la Francia fu il primo Paese (Republique, direbbero loro, e qui sta la significativa differenza, non solo lessicale, tra loro e noi) di significative dimensioni e peso internazionale a sterzare decisamente a sinistra e potrebbe ora, dopo il ventennio neoliberista in cui anche lì la destra, più presentabile e meno cialtrona della nostra destra santanchesca (almeno il gollismo di Chirac, su quello di Monsieur Bruni avanzo dubbi), fu padrona incontrastata. In uno scenario di forti contrasti sociali che attraversano l’Europa, l’eventuale elezione di Hollande e la molto eventuale attuazione delle sue promesse elettorali potrebbero costituire la svolta verso una direzione politica nuovamente umana, popolare, sociale ma non socialista. Anche se molti, Maximilian compreso, avrebbero preferito una candidatura più da battaglia come quella di Martine Aubry, il candidato del PSF potrebbe essere l’outsider che spariglia le carte, lo sfavorito (fino a sei mesi fa), il poco carismatico che recupera un senso della politica più vicino alla concretezza di chi auspica una trasformazione reale della società, dal basso, strada per strada, comitato di quartiere per comitato di quartiere, senza smarrire il senso del sogno e dell’utopia, tutta francese, di una società di eguali e liberi. Un senso della politica distante dalla fascinazione di candidati dalla dentatura scintillante come le loro inattuabili promesse, diversa rispetto alla politica del messaggio ossessivo e vuoto, così familiare non solo a noi e sul cui terreno, purtroppo, si è messa a competere persino la sinistra italiana. Politica del popolo e per il popolo, è questo il significato di ciò che viene dall’altra parte delle Alpi, come ci hanno insegnato duecento e passa anni fa.

lunedì 16 aprile 2012

Piazza Loggia è Santa Lucia


Qui a Brescia ci siamo cresciuti con la strage di Piazza Loggia. Tutti i bambini che passano per il centro coi genitori o coi nonni prima o poi incappano nella lapide con la data e i nomi dei morti. È un ricordo che sta dentro ogni bresciano, innato, è una storia che conosciamo senza sapere quando l’abbiamo imparata. E insieme a questa storia siamo cresciuti con la sensazione di impunità, ambigua segretezza circa colpevoli e responsabilità. Una sensazione molto italiana, per dirla tutta, che fa pensare a Piazza Fontana, Ustica, Bologna, Italicus, Rapido 904. È un mito fondante, un po’ come Santa Lucia, che arriva il 13 dicembre; noi ogni 28 maggio sappiamo che verranno le commemorazioni e le solite parole, sempre più vuote, sempre più ripetitive. La strage di Piazza Loggia è proprio così, un mito, un’invenzione come Santa Lucia, non esiste e non è stato nessuno, a portare i giocattoli e a mettere la bomba. Quale bomba, poi? Fate i bravi, altrimenti vi arriva il carbone.

sabato 14 aprile 2012

Il cancro del nord/leghisti arci-italiani


Ehi voi. Voi col buon gusto, voi coi calzini intonati alla cravatta, voi vestiti sobri, zero tatuaggi, camicie a maniche corte che orrore, non parliamo di catenine o autoradio a palla. Voi che non siete tamarri, insomma, pur nelle mille e più variegate forme di tamarraggine. Voi sì, non fatevi illusioni. Non ce li siamo mica levati dal cazzo. Continuano ad ammorbarci con le loro assurdità, le incoerenze, gli atteggiamenti talmente grossolani da farci sentire quel brivido di disagio alla spina dorsale. Rubano, occupano le poltrone, distribuiscono prebende ad amici e parenti e quando li si becca con le mani nella marmellata di merda da loro creata sparano le solite due puttanate e tutto come prima. Qui al nord li conosciamo bene, sono ovunque, come un cancro dilagante divenuto metastasi. Leghisti. Hanno preso i due più esposti e li hanno abbandonati al pubblico ludibrio, fa niente se fino all’altro ieri i due eroi lombrosiani (basta guardarli in faccia per dargli l’ergastolo) lo scimmione e la nera erano intoccabili, fulgidi esempi d’encomiabile dedizione alla causa padana e ora unici colpevoli. Salvo persino il figlio di papà, che è uscito dalla porta e rientrerà dalla finestra, magari laureato all’estero e ripulito per il riciclaggio. Nuova semidivinità, accanto al vecchio sbiascicante assurto oramai a dio assoluto dal popolo verde pronto a morire per il caro leader, viene nominato per diritto d’acclamazione il mafioso dagli occhiali rossi, colui che da ministro dell’interno ha collezionato decreti, leggi, disposizioni poi rapidamente pensionati per l’evidente incostituzionalità, mentre tutt’intorno s’alternano i soliti personaggi, visti e rivisti, la cui storia politica è inesauribile miniera per i cronisti a caccia di folklore aneddotico. È la storia di chi in vent’anni non ha fatto nulla oltre al proprio interesse, di chi prometteva federalismo e poi secessione e poi devolution e poi secessione e poi ancora federalismo e poi “adesso, forse, scusate, è colpa dei complotti” e se le tasse che paghiamo al nord sono aumentate allora non importa, se i camorristi e i mafiosi del parlamento non vanno in galera perché c’è il soccorso verde comunque siamo diversi, aspetta non so che dire faccio il dito medio e giù gli applausi del popolo festante. Perché se c’è un popolo festante, che batte le mani, che non capisce ma va bene lo stesso allora c’è li meritiamo proprio, leghisti, arci-italiani, altro che padani.

martedì 10 aprile 2012

(Senza) scarpe rotte, eppur gli tocca andar

I naxaliti, ovvero i “ribelli maoisti indiani” per dirla alla maniera dei media, sono i miei nuovi eroi. Lo erano da prima del rapimento dei due viaggiatori italiani, da quando mi sono reso conto che a giocare alla rivoluzione a questo mondo sono rimasti davvero in pochi (io mi chiamo fuori perché faccio il teorico col culo al caldo e allo stadio non sventolo neppure la bandiera No Tav sennò mi prendo le mazzate). C’è un libro recente che ne narra le gesta, “In marcia con i ribelli” di Arundhati Roy, che se non sapete chi è forse avete sbagliato blog, quello su X-factor è in fondo a destra, prego. È un reportage fatto alla vecchia maniera, cioè sul campo, passo dopo passo, tra fango, sudore, cieli stellati e tanta fatica, che spiega nel dettaglio cosa sono, cosa fanno i Naxaliti e perché. Nel loro caso la politica c’entra poco. Il maoismo è lo spunto da cui muovono per difendere le proprie terre e le proprie vite da chi nel nome del profitto è determinato a distruggere ogni possibile interferenza. Rappresentano un’India senza voce e senza speranza, il cui futuro è un esile filo appeso agli umori di un colosso la cui crescita pare inarrestabile. Ma la crescita dell’India è la crescita dei cento più ricchi che detengono un quarto del pil, è la crescita di un paese con ottocento milioni (800 milioni!) di contadini espropriati. Espropriati per fare posto a miniere, giacimenti, infrastrutture, dighe affinché la terra violentata, avvelenata, uccisa possa generare la vera ricchezza. Non più la ricchezza falsa prodotta da chi con la terra ci vive, da chi la coltiva e la rispetta e ne ricava i frutti per il sostentamento dignitoso di sé e della propria famiglia ma la ricchezza “vera” delle multinazionali che nel nome di essa comprano governi, eserciti, polizia per distruggere villaggi e deportare e uccidere chi ci vive. Nel corso degli anni questo lucido piano di sterminio ha trovato unica opposizione nei ribelli delle foreste, quelli che la stampa italiana descrive come fanatici provenienti dal passato e la stampa locale come terroristi, “la più grande minaccia interna alla sicurezza del paese”, come li ha definiti il primo ministro Chidambaram, quando in realtà questi pochi disperati, il cui destino pare segnato verso una sconfitta così inesorabile da lasciare l’illusione che un giorno un dio che non c’è possa giocare coi dadi senza truccarli ribaltandone le sorti, questi reietti, diseredati senza terra hanno realizzato il sogno di tutti i rivoluzionari del mondo, ingrossando giorno dopo giorno, villaggio dopo villaggio, le proprie fila. Poveri con i poveri, ultimi tra gli ultimi per dare ancora una speranza a se stessi e a tutti noi testimoni inermi dell’agonia di questo mondo malato.

venerdì 16 marzo 2012

Di carcere si muore


È notizia di questi giorni che il carcere di Canton Mombello, ubicato nel centro cittadino di Brescia, è il più sovraffollato d’Italia. Ci sono 600 detenuti a fronte di una capienza massima di 200 persone, i reclusi non hanno nemmeno un metro di spazio a testa per muoversi, quando per la Corte di Giustizia Europea uno spazio vitale inferiore ai 7 metri è equiparabile alla tortura. In carcere si entra sani e si esce malati, si entra colpevoli e si esce innocenti, a volte; perché i condannati in via definitiva sono 188 mentre tutti gli altri sono in attesa di giudizio e quindi in carcere, eccezion fatta per il pericolo di reiterazione, di fuga o di turbamento delle indagini, dovrebbero non essere costretti a starci. In carcere in Italia però è difficile finirci, se sei italiano e se non sei proprio un poveraccio che non è in grado di permettersi nemmeno un avvocato mediocre. È più facile, invero, se sei straniero, povero e magari non hai nemmeno una casa che ti possa accogliere nel caso di arresti domiciliari. Il 70% dei carcerati italiani non è italiano, a fronte di un 8% della popolazione. In carcere ci si ammala, s’impazzisce, ogni tanto qualcuno decide che non ce la fa più e si uccide. 705 sono i suicidi dal 2000 ad oggi, 13 solo nei primi del 72 giorni del 2012. Queste le cifre. Ma le cifre non parlano del dolore, della sporcizia, dell’umiliazione, del pericolo, dell’angoscia di chi è dentro. Di chi non sa se e quando uscirà. E se e quando uscirà cosa potrà fare, se non delinquere ancora, per alimentare, una volta in più, l’intero sistema. Alimento essenziale al corretto funzionamento della società, nutrimento per giudici, avvocati, guardie. Il carcere è un’aberrazione di uomini su uomini, è una tortura dei forti sui deboli, è il capro espiatorio di cui i molti giusti necessitano per mondarsi le coscienze.
In carcere si muore, di carcere si muore.

giovedì 8 marzo 2012

Marò in India:militari o mercenari?

La differenza tra militare e mercenario dovrebbe essere evidente. Il militare prende le armi nel nome del proprio paese, per dirla con tutta la retorica patriottarda che sorvola su guerre giuste, ingiuste, giuste solo se si uccidono solo i cattivi e invece guerre brutte brutte se a morire sono i bambini, mentre il mercenario è uno che spara, uccide e dice le parolacce ma solo se a pagarlo è un privato e non uno Stato. A volte ci sono Stati che pagano i privati per fare la guerra, come i famigerati contractors americani in Iraq, ma qui apriremmo una parentesi lunga quanto la lista dei morti del suddetto conflitto e poi, da ultima trovata per stimolare l’economia depressa di questi tempi, abbiamo i privati che pagano i soldati veri (quelli pubblici diciamo, quelli con l’uniforme, il cappello, l’alzabandiera, l’inno cantato nel piazzale della caserma, insomma tutte le cose che se avete fatto la naja, e se non l’avete fatta peggio per voi mezzeseghe, dovreste conoscere). Questi privati sono in genere i proprietari delle navi mercantili costrette a navigare dalle parti dell’Oceano Indiano che, per scongiurare i rischi di vedersi svanire sotto al naso nave, carico ed equipaggio, preferiscono affidarsi, dietro lauto compenso, alla protezione di militari ben addestrati della marina. A sancire questo patto pubblico-privato vi sono persino accordi internazionali sotto l’egida di organismi sovranazionali come la Nato e la UE. Un po’ come se il vostro vicino vi stesse sui coglioni e voi per spaventarlo allungaste un centone al vigile che così gli fa la multa o come se in caso di ritardo domandaste, in cambio del giusto corrispettivo, un passaggio alla volante della polizia col lampeggiante acceso. Ci sarebbero così tutta una serie di possibilità per fronteggiare i tagli di bilancio, basta solo un pizzico di fantasia nel mettere a frutto le possibilità offerte dal libero mercato.
Per chi ancora non ci fosse arrivato, si parla dei due marò arrestati in India per l’omicidio di due pescatori al largo delle coste del Kerala. La questione non è la legittimità del fermo, dell’eventuale processo, la presunta innocenza o il conflitto di competenze giuridiche tra noi e gli indiani; la questione risiede nell’abominio legislativo e politico atto a consentire che personale arruolato, addestrato e inquadrato nell’Esercito Italiano possa essere prestato, a pagamento, gratis o in natura, a qualsivoglia soggetto privato per i suoi, legittimi o meno, scopi. Un ennesimo abuso orchestrato nella gestione della cosa pubblica a danno dei cittadini italiani. Nel cui nome non si può impunemente uccidere nessuno.

venerdì 2 marzo 2012

The dark side of the manganell

Ci mancava pure l’eroico carabiniere che non risponde alle provocazioni. I mass media non sanno resistere quando fiutano qualche storiella edificante da propinare al popolo bue. E se la storiella non esiste, se la inventano infiocchettandola per benino. Ecco così il quarto d’ora di celebrità del celerino offeso e umiliato ma fedele nei secoli allo stato e alla patria, stoico, impassibile nel comportamento, da premiare, una medaglia per il luminoso esempio di giovanile abnegazione ai sacri valori istituzionali. A seguire le citazioni confuse, didascaliche, vaghe e imprecise della poesia di Pasolini (Il Pci ai giovani), che tutt’altro voleva dire con intenzioni infinitamente più distanti dalle farneticazioni lette e sentite, gli interventi dei politici, compatti e risoluti nel ribadire l’apprezzamento per il valoroso militare e l’adesione acritica e proterva di tutti i benpensanti, quelli che hanno sempre ragione, quelli che se uno cade dal traliccio perché lotta per i suoi diritti se l’è cercata e comunque è una zecca dei centri sociali, quelli che se a Genova undici anni fa è stata sospesa la legalità e la gente massacrata nelle strade e nelle carceri (non lo dico io, lo dicono magistratura, stampa mondiale, testimonianze indipendenti) però se stavano a casa non gli succedeva niente, quelli che se fosse per loro saremmo ancora a zappare nei feudi dei padroni ringraziando dio per la vita felice nell’aldilà. Non importa se in Valsusa gli stessi eroi senza macchia, nelle loro tute spaziali, con le loro armi scintillanti, occupano con militare perizia una terra che rivendica la volontà di decidere del proprio futuro senza imposizioni superiori. Non importa se quello che ti dice “pecorella” è a volto scoperto, disarmato e davanti a una telecamera perché lui non si vergogna di quello che fa, a differenza di chi si nasconde dietro a un casco e a uno scudo, di chi non ha nemmeno un numero d’identificazione, come accade nei corpi militari e di polizia dei molti paesi più civili del nostro e come da anni viene chiesto da chi si trova dall’altra parte del manganello (spesso al contrario, con crudele abuso dell’anonimato) perché crede nella democrazia e nella libertà di manifestare. Una medaglia, un encomio solenne, perlomeno un plauso unanime suvvia, questo poveretto per la miseria di 1500 euro al mese è costretto a massacrare la gente per strada e a beccarsi pure gli insulti. Ma guarda te che ingratitudine a ‘sto mondo!

giovedì 23 febbraio 2012

Ascanio Celestini: affabulatore per rivoluzione

L’arte per l’arte, fine a se stessa, è una forma di propaganda. Ossimorico finché si vuole, ma vero. Nella società italiana l’arte è divenuta un’arma di distrazione di massa e il ruolo dell’artista si è evoluto in direzione del divertimento disimpegnato, verso la produzione di una satira accennata di timida fattura, raffinata rappresentazione del letargico atteggiamento di noi cittadini di fronte alla realtà. E’ venuta progressivamente meno la capacità critica, la volontà di analisi, approfondimento e denuncia da parte dei cosiddetti intellettuali (scrittori, registi, attori etc). Ascanio Celestini, in teatro ora con “Pro Patria. Senza prigioni, senza processi” è tra i pochi superstiti di questa visione alta dei compiti di un artista. In un teatro con pochi (anche se appassionati) spettatori, lampante dimostrazione di quanto testé sostenuto, in una Brescia opulenta, città faro della media borghesia lombarda, che si dimostra anestetizzata di fronte a tutto ciò che non sia insegna mediatica, Celestini riporta al centro del suo e del nostro (di spettatori) mondo rivoluzioni e repressioni dei tre risorgimenti nazionali, in un vortice di personaggi storici, da Mazzini, interlocutore muto del protagonista e terrorista ante litteram, a Mameli passando per Garibaldi, Felice Orsini, il negro Aguyar e i tanti protagonisti della prima vera rivoluzione italiana, poi fallita come le altre, del 1849 con la Repubblica Romana; da sfondo a ciò, invisibile tela che tutto imprigiona, vi è il carcere, quello di oggi, di trent’anni fa e del Risorgimento nelle parole di un ergastolano, Celestini, affabulatore solitario che avvince, incanta e commuove con la sua storia mischiata a quelli dei molti come lui. Disperati, dimenticati, cittadini invisibili di un mondo nascosto, rassegnati e per ciò consapevolmente sereni, incuranti dei propri destini perché “i morti e gli ergastolani hanno una cosa in comune, non temono i processi. I morti perché non possono finire in galera, gli ergastolani perché dalla galera non escono più”.

giovedì 16 febbraio 2012

Primarie inter pares

Il PD che non vince le primarie del PD è grottesco, anche perché non è la prima volta. Ma al posto di cercare i colpevoli e processare i dirigenti nazionali, trattandosi di professionisti della politica italiani (incapaci per definizione), è giusto sottolineare la natura virtuosa e partecipata di questa forma di democrazia a cui siamo poco avvezzi. Come si sa, c’è un sistema elettorale nazionale che impedisce ai cittadini di eleggere i propri rappresentanti e, a prescindere dalle dichiarazioni di facciata, ciò fa comodo a tutti i partiti che mantengono assoluto potere decisionale. Verso la metà del primo decennio di questo secolo la sinistra italiana, impantanata all’opposizione senza possibilità di evadere dall’autocrazia (regolarmente eletta) berlusconiana, ebbe una delle rare intuizioni valide dell’epoca e decise di introdurre il sistema delle primarie per i candidati a livello locale. Scoppiarono subito i primi casini, con Vendola in Puglia, scetticismo e critiche dei commentatori (tra cui il sottoscritto, cfr. rivista Panorami, Marzo 2006) non si fecero attendere ma col tempo, e causa soprattutto il Porcellum, venne fuori la lungimiranza dell’idea. L’idea è buona perché ridà centralità alla politica, perché più la partecipazione è massiccia più i sistemi di controllo democratici vanno a regime, perché il confronto non si fa nelle torri d’avorio delle segreterie ma per strada, tra la gggente. Perché se ci sono gli imbrogli, i cinesi iscritti, i morti con la tessera di Pd o Pdl, questi sono i soliti maneggi dei politicanti di mestiere col terrore di chi usa la matita copiativa come un forcone che li manderà a casa a cercarsi un mestiere vero.

sabato 11 febbraio 2012

Olimpiadi: magna magna Roma

Tra le tante geniali trovate che periodicamente la classe dirigente nazionale (c.d. casta) propone, iniziative la cui utilità è sovente quella di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica circa problemi reali e malefatte della succitata casta, degli ultimi tempi la più preoccupante per l’effettiva, ancorché remota, possibilità di realizzazione è la candidatura della città di Roma alle Olimpiadi del 2020. Sostenuta con vigore dal sindaco capitolino Gianni Alemanno (l’uomo che confonde i mm con i cm) e dal presidente del Coni Gianni Petrucci (al quarto mandato consecutivo e già presidente della Federazione Pallacanestro, commissario straordinario della Federazione Calcio e dell’Associazione Arbitri, una new entry), oltre che da un pool di industriali avvezzi alle abituali pratiche del capitalismo all’italiana, cioè profitti privati e pubbliche spese e dagli immancabili esponenti di spicco del duopolio Pdl-Pd, questa candidatura, all’apparenza imbattibile per il fascino della città eterna, si fa forte anche dell’appoggio di ben sessanta (60!) atleti italiani di alto livello tra i quali campioni d’intelletto come Valentino Rossi, Francesco Totti, Federica Pellegrini e altri geni di specchiata sensatezza. Con pochi miliardi di euro, pare solo otto-nove (a preventivo) Roma Capitale e tutto l’Impero potranno godere di entrate incalcolabilmente cospicue, posti di lavoro, prestigio mondiale, turisti a frotte. Insomma, un affarone per noi tutti. Noi tutti che, ora come ora, siamo alle prese con aumento dell’età pensionabile, tagli alla spesa sociale, tassazioni draconiane e abolizione dei diritti minimi per i lavoratori perché ci dicono che lo Stato ha terminato i soldi. Noi tutti che abbiamo visto le Olimpiadi a Torino finire con i buchi di bilancio, i Mondiali di Nuoto (sempre a Roma) gestiti da cricche che si sono spartite appalti miliardari e su cui la magistratura sta ancora indagando, l’Expo di Milano con le infiltrazioni mafiose, i Mondiali di Calcio del 1990 travolti da Tangentopoli, per citare solo gli eventi più eclatanti. Noi tutti che per una volta, una cazzo di volta sola, vorremmo sentire il nostro presidente del consiglio Mario Monti pronunciare l’unica risposta possibile a questo ennesimo tentativo di frode ai danni del popolo italiano: NO!

sabato 4 febbraio 2012

In bilico tra tutti i miei vorrei

Il problema non è il posto fisso in quanto tale. Sai che palle tutta la vita a fare le stesse cose, con le stesse persone, la stessa strada, la stessa mensa (per i fortunati che ce l’hanno), il cervello che va col pilota automatico e un po’ alla volta si atrofizza. E allora cominci ad agognare le ferie, a controllare tutti i ponti sul calendario dell’anno che viene, non prima di aver cominciato a detestare i colleghi, quelli petulanti, poi quelli brutti e poi tutti indistintamente, a controllare freneticamente l’orologio, a deprimerti il lunedì e il martedì. Io il posto fisso ce l’avevo quando ero giovane (lo sono stato fino a quando le cassiere del cinema si sono messe a darmi del lei) e siccome dopo un po’ mi annoiavo l’ho mollato per iniziare una nuova avventura (fa figo spiegata così). Comunque, l’avventura di per sé è andata male, così come quella dopo e quella dopo ancora. Ma il punto non sono le mie traversie professionali, ché detto in questo modo sembro più incapace di Maroni all’Interno, il punto è che il nonno Mario non ha mica tutti i torti a dire quello che dice sul posto fisso. La fregatura non è il precariato di per sé, non è sul fatto che il contratto a progetto dà garanzie per ventiquattro mesi, poniamo, e poi chi s’è visto s’è visto. È che in quei ventiquattro mesi il progettista a contratto non ha diritto alle ferie retribuite, non ha diritto a una previdenza equa (giusto quattro spiccioli), non ha la tredicesima e nemmeno matura il tfr. Se si ammalasse seriamente o avesse un incidente non potrebbe nemmeno aspirare a un sostegno pensionistico per l’insufficienza dei contributi maturati. Il precario è un equilibrista del circo senza la rete di protezione. E se manca la rete sotto, cosa volete che importi la lunghezza del filo?

giovedì 2 febbraio 2012

Acab non è un film

Compiacere i potenti è una tentazione più facile di quanto si possa pensare. Lo si fa da bambini con la maestra per un voto in più rispetto al vicino di banco, con la zia dal fiato pestilenziale per la mancia, lo si fa da adulti per procacciarsi i favori di un capufficio odioso o per uno sconto del dentista. L’arte di esercitare blandizie è quindi innata nell’animo degli uomini, specie esperta nell’adattare le proprie esigenze alle circostanze contingenti. In breve, è istinto di sopravvivenza. Per alcuni soggetti però i limiti che l’umana decenza pone a tale atteggiamento sono piuttosto elastici. Non si accontentano di svolgere il ruolo di comparse nel gioco delle parti dell’umana commedia ma scelgono, con cosciente e coerente ostinazione, di indossare le comode vesti dei servi pasciuti dalla generosa mano del padrone, alla stregua di cani fedeli disposti a tutto per una carezza. Celati dietro al paravento dei falsi valori del capitalismo e del benessere individuale, anteposti innanzi alle rivendicazioni dei propri simili oppressi dall’iniquità di leggi e istituzioni. Sono i guardiani del sistema, professionisti della violenza e mercanti di menzogne, ipocriti consapevoli e convinti delle distorte virtù degli apparati di controllo e repressione; i più furbi di essi non indossano divise, lusinghevoli concessioni per gli sprovveduti, ossi per bestie addomesticate, ma vestono panni mutevoli, maschere per camuffare l’infamia di atti liberticidi. Sono cannibali, avvezzi a divorare i propri simili pur di proteggere  lenoni che rappresentano l’1% dell’umanità e abusano del restante 99%. Hanno un prezzo, non necessariamente economico o materiale, perché ogni uomo ce l'ha, anche se quello di costoro è misero come le loro anime.

lunedì 23 gennaio 2012

Mare, profumo di male (ovvero le crociere andrebbero abolite)

C’è una ragione se, nonostante le forti pressioni degli appassionati lettori di questo blog, non ho ancora condiviso con l’umanità la mia attesa opinione circa il fattaccio avvenuto al Giglio. È che a me le crociere mi fanno proprio schifo. Nel senso che l’idea di crociera solletica parecchio il mio elitario senso di disprezzo per lo svago un tanto al chilo (al netto di prezzi più o meno abbordabili). Perché la crociera sta al concetto di viaggio come Bruno Vespa sta al concetto di televisione d’approfondimento. Le mie esperienze crocieristiche si limitano agli episodi di Love Boat dei pomeriggi post-prandiali anni ottanta e alla finta attenzione rivolta ai noiosi racconti di chi c’è andato (in crociera, non sulla Love Boat). Pantagruelici buffet, feste sfrenate, sport salutari, romantici chiari di luna, escursioni esotiche sono alcune delle ragioni proposte dai sostenitori della crociera quale vacanza ideale. Ideale per gli amanti dei divertimentifici di massa, dei trenini con sconosciuti panzoni sudati, delle visite di un giorno ad Atene, dei ghingheri per la foto ricordo col comandante (?!?). Una vita artefatta, nell’illusione di un protagonismo negato nella quotidianità e alimentato dagli egualmente falsi miti creati da media asserviti all’ideologia consumistica. La corsa sempre più affannata al tutto e ora, sette città in sette giorni, per riferire agli sfortunati rimasti a casa, chiocce di invidia, di aver visto il mondo. È la liposuzione delle coscienze intorpidite da una vita fatta di istantanee a due dimensioni, l’apparenza del sapere tutto, perché è buio l’abisso dell’infinita non conoscenza. La morte del viaggio, del noi, del cammino, del fato dominatore nelle inesauribili rotte dell’umana fallacia. Perché basta poi uno scoglio a rovinare tutto.

giovedì 19 gennaio 2012

Conservatori troppo moderni

L’altro giorno guardavo alla tele La Russa e mi si è riproposto, oltre al minestrone di verdure, anche l’eterno quesito circa la presentabilità di questa destra. È un discorso trito e ritrito, spocchioso, elitario, fastidioso per il lettore quanto per lo scrivente. Perché è una storia che puzza di superiorità etica, boria morale, diversità antropologica. Tutti argomenti che mi facevano incazzare quando erano utilizzati a mio discapito, millenni orsono quando non ero così corretto e noioso come ora. E poi sono banali, e tirare in ballo La Russa equivale a citare Santanché, Buontempo, Gasparri, Giovanardi, Capezzone, Cicchitto, Frattini, Brambilla, Dell’Utri, Carfagna, Minetti (fermatemi pure quando volete). Anche se non è che dall’altra parte se la passino tanto meglio, sono solo un poco più ingenui e non hanno imbarcato un numero equivalente di disadattati campioni nel maneggio della cosa pubblica. Comunque, visto che si parla della destra, dei danni causati dai progressisti se ne discute prossimamente, anche perché otto degli ultimi dieci anni li abbiamo passati con zio Silvio al comando e, oltre a ciò, qui in Lombardia siamo in pieno ventennio formigoniano (1995-?). In politica successi e sconfitte sono sovente opinabili, sia in tempo di elezioni che durante periodi di pax armata come l’attuale, così come possono esserlo le relative valutazioni che scatenerebbero pure una ridda di discussioni sterili, a causa dell’elevato numero di lettori di questo blog. Quindi, al di là delle opinioni che ciascuno purtroppo è libero di avere ed esprimere esercitando il proprio diritto di voto (bleah), ciò che preme valutare è la necessità per la destra italiana di approdare a un fronte conservatore che possa perlomeno aspirare a divenire moderno, democratico, accettabile, europeo, etc, come farebbe tanto piacere a quei pochi benpensanti che quando ascoltano Gasparri, per esempio, poi non si incazzano al pensiero della legge che porta il suo nome (pensiero e Gasparri nella stessa frase è evidentemente ossimorico). A me i reazionari fanno schifo, sgombro subito il campo dalle ipotesi di una conversione scilipotesca (in cambio dei voti dei miei lettori), nel senso che nel mio mondo ideale pre, post e durante Rivoluzione chiaramente andrebbero liquidati democraticamente a spingardate, però in un sistema come questo una destra che si faccia gli affari dei ricchi magari dopo, e non prima come ora, aver assestato (legge e ordine, come piace ai conservatori quelli veri, tipo i notai e i calciatori) un po’ le cose garantirebbe perlomeno un minimo di dignità anche a chi di una tale destra sarebbe fiero oppositore. Conservatori ideologicamente convinti nelle virtù del libero mercato (emoticon che urla) e decisi a imporre un rigore formale che non sia solo quello degli invitati alle orge con le minorenni. Reazionari eleganti e poliglotti, colti e discreti, impeccabili.
Perché, digiamolo, farselo imbustare da Brad Pitt è senz’altro più dignitoso che da Bombolo (anche se fa male uguale).

venerdì 13 gennaio 2012

Taxìììì! (a fischiare non sono buono)

Io il taxi non lo prendo spesso. Anzi, praticamente mai. Ed è proprio questo il punto: in Italia il taxi non lo prende nessuno. Se devo andare al lavoro e ho la macchina a fare il tagliando chiedo un passaggio a mia moglie, mia mamma, mio zio, il mio vicino, il mio collega, non ci penso nemmeno a chiamare un taxi. Chè quello ci mette un vita ad arrivare, mi costa mezza giornata di lavoro e faccio pure tardi. Se voglio andare al cine, dal dottore o a fare un giro al centro commerciale e mi fa schifo il bus perché ci salgono solo moldavi che sanno di cipolla, cinesi all’aglio e senegalesi millegusti, e perché sono un razzista di merda, o ho un sacco di soldi, ma proprio tanti, e allora chiamo il taxi oppure telefono a un mio amico razzista come me e gli offro un caffè in cambio del passaggio. Tutto questo per dire che il taxi da noi è un mezzo per pochi e non un servizio pubblico. Non so se la colpa è dei tassisti, dei politici o di Berlusconi (che c'entra sempre), so però che da cittadino se questa storia delle liberalizzazioni serve ad abbassare le tariffe, allora va bene. Altrimenti ricominciamo con la solfa del “ben altri sono i problemi del paese”.

martedì 10 gennaio 2012

Repubblicani USA: tafazzismo conservatore o leghisti a stelle e strisce?

A scorrere l’elenco dei candidati repubblicani alle primarie c’è da mettersi le mani nei capelli. Al di là delle banali dichiarazioni di appartenenza a questa o a quella religione, già parzialmente valutate in precedenza (vd. post del 31.12.11) e sulle quali sarebbe divertente soffermarsi in un prossimo futuro, l’attenzione degli osservatori neutrali cade inevitabilmente sulle confuse formule adottate per la politica estera e, nella fattispecie, sugli accorgimenti necessari a fronteggiare la crisi economica europea e i rapporti politico-economici con le principali nazioni europee.
Decisi a smarcarsi da quello sciagurato del loro predecessore con la stessa maglia (il piccolo Bush), che infiniti lutti addusse alla sua gente, propugnano tutti con leggera rapidità la non ingerenza nelle questioni estere, con somma ilarità di Iran, Nord Corea, Siria e compagnia torturante, e questo sarebbe il meno, dato che è un po’ un casino invadere una nazione solo perché ti sta sul cazzo chi comanda e magari c’è pure il petrolio, demagogicamente parlando, ma anche, in merito alla crisi del debito, si affrettano a puntualizzare che l’Europa si deve arrangiare e che, insomma, ognuno ha le sue belle gatte da pelare a casa propria. Quello che emerge, da questo manifesto isolazionismo, non è una scelta politica chiara e definita, ancorché discutibile, ma una sommaria superficialità che certifica l’impreparazione a certi scenari dei personaggi in questione. I quali, nel tentativo di differenziarsi dalla loro controparte democratica, si limitano a gettare ai potenziali elettori bocconcini ad alto tasso di populismo di facile digeribilità. In sostanza, una sterilità accostabile all’ottusità leghista di casa nostra. Il pressapochismo e l’approssimazione, uniti all’anti-obamismo di facciata, con cui il drappello repubblicano per le primarie ha scelto di agire non sarebbero così preoccupanti se non fosse per le possibilità di vittoria, al momento ancora labili ma suscettibili di crescita (da qui a novembre tutto può accadere), ma lasciano, per ora, il fronte democratico relativamente tranquillo. In questo triennio Obama ha suscitato qualche perplessità e non può certo essere definito il presidente ideale (che non esiste, perché un presidente è sempre espressione del potere economico, in un modo o nell’altro) ma, ora come ora, le probabilità che venga rieletto, scongiurando il pericolo di un nuovo pagliaccio repubblicano alla Casa Bianca, sono elevate. L’interrogativo che rimane, grande e grosso, è sulle ragioni che hanno portato i vecchi repubblicani ad appoggiare candidati così grossolanamente destinati alla disfatta. Puro masochismo, sulla scia del tafazzismo progressista che ben conosciamo, o semplice incompetenza?

giovedì 5 gennaio 2012

La morte della coscienza di classe

La più grande vittoria del capitalismo è stata quella di farci credere che non fossimo più proletariato. Una grande, unica e indistinguibile massa informe definita classe media, per la quale sarebbero state non più necessarie le epiche lotte sindacali sorte a metà del diciannovesimo secolo, ancor prima della diffusione delle teorie marxiane, ed esauritesi solo nei primi anni ottanta del secolo successivo; rivendicazioni che nascevano proprio dalla coscienza della propria subalterna condizione, condivisa con altre persone in tutto il mondo, e si propagavano con l’inesauribile forza d’urto dell’assoluta fiducia nella lotta come strumento per l’affermazione di diritti inalienabili. E la consapevolezza di ambire a tali diritti ha rappresentato il propellente per il raggiungimento dei medesimi, anche in virtù della piena percezione del proprio ruolo sociale, percezione invece del tutto assente nell’enorme massa di sfruttati affermatasi negli ultimi due decenni del secolo ventesimo e in questa prima parte di ventunesimo. La già citata massa informe rappresentata da lavoratori di vario genere e natura, sdegnati all’idea di confondersi gli uni con gli altri e pronti a respingere il concetto di sfruttamento a loro danno. Venuta meno la consapevolezza della propria asservita condizione è di conseguenza crollata la coscienza di classe, motore delle faticose conquistate sociali raggiunte da donne e uomini sacrificatisi nel corso della storia per il bene comune. In pratica, il trionfo del capitalismo. Impiegati garantiti da contratti a tempo indeterminato non hanno saputo solidarizzare con colleghi più giovani (e talvolta più preparati) obbligati a sottoscrivere accordi capestro, operai immigrati hanno accettato di compiere attività pericolose e non protette a differenza dei loro colleghi immemori delle ancora più ostili condizioni di lavoro un tempo in vigore e, al momento opportuno, nessuno è stato in grado di unire queste forze disperse affinché si levasse una sola, potente voce a sostegno dei più deboli. Ci siamo trovati così ad affrontare una quotidiana guerra tra poveri, quando la guerra l’avremmo dovuta fare ai padroni. Sono bastati un appartamento in periferia, conquistato con comode rate trentennali, un’utilitaria di proprietà, le ferie d’agosto al mare, magari un telefonino ultimo modello o le scarpe griffate (tutto rigorosamente ai saldi) per farci illudere di essere meglio di quelli che scendevano in piazza per urlare la propria voglia di giustizia ed eguaglianza. Il capitalismo ha vinto, e noi abbiamo realizzato il punto decisivo.

martedì 3 gennaio 2012

Orari liberi, lavoratori schiavi


Con la liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali entriamo finalmente nel terzo millennio. Non sfiguriamo nel confronto col resto dei paesi occidentali più evoluti e ci teniamo al passo coi paesi emergenti. Ne beneficerà la concorrenza e di conseguenza i prezzi saranno più vantaggiosi per tutti. Nuovi impulsi ai consumi per far ripartire l’Italia. Cazzate. Orio al Serio (prima località a mettere in pratica l’iniziativa) non è New York, e non lo sono nemmeno Milano, Roma e il resto d’Italia. Ma al di là di questa banale considerazione, l’apertura h24 e 7 giorni su 7 di negozi, bar e centri commerciali non è un passo avanti per il paese ma l’ennesimo passo indietro per i diritti dei lavoratori. Le conseguenze, facili da prevedere, vedranno i piccoli commercianti a vocazione familiare costretti, per restare competitivi, a incentivare il ricorso all’aiuto dei parenti, vedremo nonne, zii e zie, cugini alla lontana alternarsi alle casse, senza contratti e retribuiti in nero (pratica poco diffusa in Italia, si sa), mentre i grandi centri commerciali, gestiti da multinazionali poco o nulla esposte alla crisi globale, potranno prosperare impiegando le categorie meno garantite come giovani, donne, immigrati grazie alla giungla dei contratti di lavoro e all’impossibilità per molti di rifiutare un impiego. Con la liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali, altra banale valutazione, i ricchi diventeranno sempre più ricchi e poveri dovranno pure ringraziarli per averli sfruttati.

sabato 31 dicembre 2011

Le idi di marzo - Politica e religione (pure qui)

Se uno ha la passione per la politica, o solamente la minima curiosità per il mondo che lo circonda, insomma se uno (o una) non è proprio un ebete totale, e ce ne sono parecchi nell’imperfetto mondo che mi prodigo a criticare con la consueta presunzione, un film come “Le idi di marzo” se lo gusta eccome. Due parole due sulla trama: c’è il senatore democratico (Clooney) candidato alla vittoria delle primarie del suo partito (ma questi del PD americano qualche possibilità di vincere ce l’hanno per davvero), sembra buono e idealista ma poi scopriamo che è cinico come tutti i politici, ci sono i suoi due spin doctor (che è una delle tanti professioni che mi sarebbe piaciuto fare, appena dopo il calciatore, il giornalista del Corriere e lo scrittore di viaggi) che sono Gosling e Seymour Hoffman, la stagista giovane, idealista e ingenua (la bionda Rachel Wood) e poi di contorno lo spin doctor del rivale democratico (Giamatti) e la giornalista del NYT (Tomei). La storia è che Gosling si fa la stagista, la quale però sa un segreto su Clooney, non lo svelo per i pochi stolti che non sono andati al cine e si sono rincoglioniti davanti a X-Factor, nel frattempo Giamatti trama per vincere le primarie, Marisa Tomei svolge egregiamente il suo lavoro di rompicoglioni, Seymour Hoffman insegna al resto del mondo come si recita semplicemente accendendo una sigaretta ogni tanto e alla fine scopriamo che la politica è marcia, che i buoni di cuore possono diventare più cattivi di D’Alema con Prodi e che comunque se fai politica puoi invadere l’Iraq senza motivo, truccare le elezioni, aumentare le tasse e diminuire l’occupazione ma se non tieni le braghe allacciate poi vieni fottuto a tua volta.
Oltre a tutto ciò, a me è piaciuta la parte in cui Clooney viene incalzato da avversario e stampa per la sua ritrosia a definirsi credente. In America, come in Italia, per fare politica bisogna per forza essere religiosi. Questo mi ha fatto venire in mente ancora una volta Hitchens, quando non molto prima di morire si chiedeva perché nessuno domandasse mai a Mitt Romney, probabile candidato repubblicano alla presidenza e fervente mormone, se crede veramente alle tavole d’oro sotterrate da Joseph Smith e alle altre sciocchezze proposte come verità dagli stessi mormoni. Come se ci fosse una sorta di atavico rispetto per ciò che viene spacciato per religione, anche per le boiate più evidenti come quelle in cui crede Romney. Come se fosse meglio avere un presidente che crede agli asini che volano, piuttosto di uno che crede che il tempo delle stronzate sia finalmente terminato.

venerdì 30 dicembre 2011

Perché Dio non è grande. A differenza di Christopher Hitchens

Chissà se tra cinquanta, cento, duecento anni Christopher Hitchens verrà ricordato come uno dei pensatori di riferimento del secolo ventuno. Chissà se avrà l'onore di essere studiato, approfondito e commentato allo stesso modo in cui lui ha studiato, approfondito e commentato Kant, Wittgenstein, Hegel e compagnia. Chissà se "Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa" sarà la ragion pura dei posteri. E' certo però che Hitchens ha rappresentato e continuerà anche a farlo dopo la sua morte una boccata d'aria, necessaria e consolante, di fronte alla pervicace ottusità dei credenti. Vivere una vita degna e morale senza il timore di un dio crudele e vendicativo, godere del proprio libero arbitrio senza innati sensi di colpa, comprendere e conoscere i fenomeni naturali senza la presunzione di ricondurre tutto a un fantomatico disegno sovrannaturale sono solo alcuni dei numerosi suggerimenti lanciati al lettore per un completo utilizzo del proprio cervello. E l'autore indaga con dovizia di nozioni e precisione storica, accompagnando il lettore grazie a una prosa diretta ed essenziale lungo un viaggio esaltante, ironico e sorprendente. Un viaggio che porta all'inevitabile conclusione di quanto la religione, ogni religione, sia stata e sia tuttora uno strumento di oppressione, prevaricazione e abuso. Un mezzo affinché pochi privilegiati potessero vessare la moltitudine. Poco per volta, molto lentamente, razionalismo e laicismo si conquisteranno il proprio meritato spazio, anche se la battaglia è ancora lunga. Ma grazie a studiosi come Christopher Hitchens sappiamo che ce la faremo.